l’orribile varietà delle proprie superbie

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Da Wikipedia

Il caso di Rosa Parks

La situazione di segregazione e negazione dei più elementari diritti civili alla comunità nera, a Montgomery come in molte altre parti degli USA, aveva già portato la tensione in seno alla comunità afroamericana ad altissimi livelli, e non erano mancate già diverse iniziative di protesta, spesso violente. Nel marzo del 1955 Claudette Colvin, una studentessa quindicenne, si rifiuta di cedere il proprio posto a sedere (nel settore riservato ai bianchi sui bus) ad un uomo bianco. Il caso viene messo al vaglio di una commissione della comunità afroamericana, in cui siede anche King il quale, assieme agli attivisti Edgar Nixon e Clifford Durr, decide di non prendere iniziative, al momento.

Nemmeno 9 mesi dopo il caso si ripete, in modalità assai simili, ma stavolta l’arresto di Rosa Parks,accusata di aver violato le leggi sulla segregazione fa scaturire la rivolta dei neri. L’impegno politico vero e proprio di King inizia così la notte del 1 dicembre 1955: Rosa Parks (già appartenente al Movimento per i Diritti Civili americano e del NAACP) si rifiuta di abbandonare il proprio posto, destinato ai soli passeggeri bianchi ma l’unico rimasto libero, sull’autobus che la riporta a casa. Il conducente dell’autobus di fronte al rifiuto della donna ferma l’autobus e chiama la polizia. Rosa viene arrestata e incarcerata .

In un primo momento la notizia del sopruso scatenò una reazione violenta da parte della comunità nera di Montgomery, e la polizia reagì agli incendi degli autobus e alle vetrine fracassate sparando. Ma quella stessa notte cinquanta leader della comunità afro-americana, guidati dall’allora sconosciuto Martin Luther King, si riunirono per decidere le azioni da intraprendere per reagire all’accaduto. King propone di affrontare la situazione in modo radicalmente diverso: attuare un sistema di protesta non violento, basato sulla resistenza passiva e sul boicottaggio. Viene così indetta per il 5 dicembre una riunione di massa, mentre si invita la comunità nera al boicottaggio dei mezzi di trasporto in risposta ai soprusi bianchi. La riunione serale del 5 dicembre alla chiesa battista di Holt Street fu un successo, così come il boicottaggio dei mezzi pubblici, che assunse proporzioni sempre più vaste man mano la notizia si diffuse: la comunità afromaericana si spostava come poteva, a piedi o con l’aiuto di tassisti e liberi cittadini che si prestavano volentieri alla protesta. [...]

La decisione della Corte Suprema

La campagna si conclude dopo un lungo strascico nei tribunali: il 19 giugno 1956, la Corte Distrettuale degli Stati Uniti stabilì (caso Browder v. Gayle) che la segregazione forzata di passeggeri neri e bianchi sugli autobus operanti a Montgomery violava la Costituzione Americana (in particolare contrastando con quanto stabilito dal XIV emendamento.

Il 13 novembre 1956, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò fuorilegge (con approvazione unanime[1]) la segregazione razziale sui mezzi di trasporto pubblici in quanto incostituzionale. L’ordine della Corte suprema arrivò a Montgomery il 20 dicembre 1956, ed il boicottaggio dei bus finì il giorno successivo, dopo ben 385 giorni.

Costituzione italiana:

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

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  • Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

    Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

    Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

    No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.

    E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.

    Due miserie in un corpo solo.